Image and video hosting by TinyPic
Sentiero Pagano (paganesimo, sciamanesimo, wicca)

Reply
inquisizione e streghe sul cammino di santiago....
view post Posted on 23/6/2009, 21:00Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


in effetti potevo pensarci prima...ci ho vissuto così tanto tempo che per me ormai é naturale ...ma mi piacerebbe condividere con voi la poetica del simbolismo e la storia di uno dei maggiori focolai pagani europei!!!!!dove ho scoperto molto di me e di questo mondo!!
passavo tutti i giorni nella piazza dove centinaia di anni fa ardevano "streghe" per mano della santissima(sottolineo)inquisizione!

ebbene sì!!!proprio lungo il cammino di santiago, curioso no?
la stessa concha(conchiglia) che indica la strada da seguire ai pellegrini rimanda alla orma dell'oca che incarna il cammino verso l'occulto....
lo metto in storia e mitologia, il passo fra leggenda e realtà spesso è breve....


p.s. nella stessa piazza di santiago a logroño,son rappresentate le varie tappe del cammino ma...se guardiamo meglio somiglia...alla scacchiera del gioco...dell'oca....oibò
 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:03Quote
Avatar

del Consiglio dei Grigi

Group: Administrator
Posts: 2146


Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/12/2009, 22:44


wow.

dove è esattamente? devo chiedere a Tatiana (Tatiana è la nostra amica che ha fatto il cammino) se ce l'ha presente.

ehm...io se capita ci vado in macchina. Magari cerco uno scambio-casa...

image
 
P_MSG P_EMAIL Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:10Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


LAS VENERAS DE SANTIAGO

Después de que Santiago fuese degollado, sus discípulos recogieron su cuerpo y lo pusierón encima de una barca de piedra. Navegando llegaron a las costas de Galicia a un lugar donde había una fiesta por el casamiento del hijo del señor. Había gran alegría y entre otros festejos se bafordaban (ir galopando mientras se arroja la lanza y se vuelve a recoger sin que caiga al suelo). Uno de los que bafordaban era el novio que de repente vio como su caballo se dirigía al mar y se hundía bajo las aguas. Todos vieron el prodigio y como al llegar a la barca caballo y caballero salieron sin daño de las aguas. Al volver a tierra y pisar la playa, todos vieron que tenía los vestidos y el sombrero cubiertos de vieiras y a partir de entonces todos los que peregrinan a Santiago llevan en sus ropajes la concha venera.

La concha o venera reproduce el esquema de la pata de la oca, con sus tres dedos. Por su carácter de ave peregrina que reparte su vida entre el aguan y la tierra, la oca es el signo de iniciación. Las antiguas culturas la consideraban el ave fénix, capaz de renacer de sus propias cenizas cuando en su peregrinación era abrasada por el sol. Esta atribución simbólica la convirtió en imágen de todo lo que conduce a la meta de la doctrina ocultista. En Oriente fue guía de sabios bajo la figura del Kâla-hamsa; en Occidente tiró de la barca en la que los caballeros del grial navegaban a encuentro de lo sagrado.
El juego de la Oca es una práctica iniciática. Este juego divulga la hermética Tabla de Cebes, que contiene los diálogos ético-morales de este discípulo de Sócrates. Cuando el dado cae en una casilla en la que se encuentra el ave, y avanza hasta la siguiente, de oca a oca y tiro porque me toca, el jugador se va acercando al término de la espiral. En cambio, cuando caen en la casilla de la muerte, vuelven a empezar; es decir, que de la muerte se vuelve a la vida. Es el principio del eterno retorno. El camino de la Vía Láctea, desde los Pirineos a Finisterre, está jalonado de topónimos que se refieren a la oca o a algunas de sus variantes: el ánade, el ganso, el ánsar, el pato: Montes de Oca, con su culto ancestral a Nuestra Señora de Oca; en el Valle de Ansó; en el río Oja; San Esteban de Oca; Sta. María de Loyo, L´oie, en francés; en Valdueza, Valle de la Oca. Todo indica que este juego nació para los adeptos que habrían de emprender el camino como parte fundamental de la búsqueda del conocimiento.

Las figuras del juego nos muestran los riesgos que deberá afrontar el peregrino: cárcel; aguas contaminadas;muerte y castigos. Al final el triunfo y la gloria eterna

jajjaja ho metà della mia vita ancora là!!!
e devo andare a riprendere le mie cose con un furgone però!!!
quando vuoi contatti ne ho...anzi la città intera!!
in nessun altro luogo mi sentirò così amata!!!


la parte in spagnolo era doverosa...tranquilli che adesso traducooooooo
se scateno l'ira degli anglofoni...
mi faceva piacere leggeste la fonte originaria e poteva anche andar peggio e metterla in gallego antico!!!
 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:12Quote
Avatar

del Consiglio dei Grigi

Group: Administrator
Posts: 2146


Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/12/2009, 22:44


seee, come no! guarda, io lo leggo, magari domattina perché ho già comninciato a sbadigliare dieci minuti fa, ma intanto tu prepari la traduzione,eh. O almeno il riassunto :lol: in italiano.

ah, ecco, hai messo l'aggiunta! lol

ce l'hai una foto?

image
 
P_MSG P_EMAIL Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:41Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


si quello lo faccio ora in simultanea è sempre parte di me!!
logroño è a metà del cammino più o meno dopo pamplona e prima di burgos!!
regione la rioja neonata dopo la caduta del regime franquista terra del vino confinante con il pais basco e antica castilla!!!
cuna(culla) del castellano volgarmente spagnolo
perchè anticamente era castilla!!!
cito il monasterio de s.millan de la cogolla yuso y suso(let.sopra e sotto)son due realmente dove per mano di gonzalo de berceo nasce la lirica in castellano e tesoro dei primi documenti in lingua autoctona

in breve....avevo già scritto ma il mio fare dodici cose insieme mi fa cancellare grrr snz postare
dicevo la leggenda cristiana grida al miracolo
e narra che quando le reliquie di santiago(giacomo)veniva trasportato in galicia si stava celebrando con giochi medievali il matrimonio del signore di quelle terre e in una specie di boomeran-lancia a cavallo un cavaliere cadde in acqua e quando lo davano per spacciato riemerse con le vesti tappezzate di conchiglie

posto....

la zampa dell'oca(oddio che brutto meglio pata!!)anticamente invece dall'oriente a socrate è simbolo di cammino verso l'occulto.spesso paragonata anche all'ave fenix capace di risorgere dalle ceneri.uccello pellegrino che vive tra acqua e terra ferma.

il gioco del'oca invece è una pratica iniziatica che divulga le tavole di un discepolo socratico.
(ermetico vedi....tutto torna....)
la spirale indica il cammino della vita e della conoscenza e si avanza sempre,tranne quando si arriva alla casella della morte....dove ti tocca ricominciare...(reincarnazione?)

la via lattea!!!anticamente i pellegrini avevano le stelle come punto di riferimento dai pirenei a finisterrae(confini del mondo allora conosciuto...da roncisvalle a santiago-cammino....)
sono pieni di toponimi che si riportano indovinate a che????
l'oca o variantiii


caso??
percepire innumerevoli rinvii alle casualità è il primo gradino verso l'elevazione dello spirito(vedi profezia di celestino,redfield)

 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:46Quote
Avatar

del Consiglio dei Grigi

Group: Administrator
Posts: 2146


Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/12/2009, 22:44


grazie,Cleo.Un sacco di spunti, che rivedo domani. Passo dal thread della buonanotte (vieni anche tu?) e poi mi metto davvero in orizzontale.

image
 
P_MSG P_EMAIL Top
view post Posted on 23/6/2009, 21:50Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


image

image
 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 24/6/2009, 07:58Quote
Avatar

del Consiglio dei Grigi

Group: Administrator
Posts: 2146


Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/12/2009, 22:44


fan-tastic!

vado a dare l'ultima mano di smalto alla cassapanca. A poi.

image
 
P_MSG P_EMAIL Top
view post Posted on 25/6/2009, 09:33Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


La LEGENDA della QUEIMADA

Narra una vecchia leggenda galiziana che in tempi remoti il corpo senza vita di un giovane pellegrino appariva nelle notti di tempesta nei dintorni di un pozzo, attratto dal canto della sua amata. Correva l’anno 1630, Roi Cadaloba ritornava a Santiago di Compostella per sposarsi con la sua fidanzata, portando come bagagli solo la sua vecchia ghironda. Una volta arrivato nelle terre galiziane, la sua ansia era tale che, non ascoltando le genti del posto e convinto che il suono della sua ghironda avrebbe messo in fuga gli spiriti, camminó tutta la notte addentrandosi nei luoghi dove streghe, maghe ed altri personagi misterosi cercavano protezione dall’implacabile persecuzione della inquisizione. Al contrario di ciò che aveva creduto, l’enigmatico suono del suo strumento, incantò i maligni in modo tale che lo trattenero eternamente senza lasciarlo arrivare vivo a Compostella. Ciò nonostante i piú anziani di questo luogo affermano che certe notti di tempesta ancora si può sentire come suona la sua ghironda un malinconico alala...


CONGIURA DELLA QUEIMADA

Gufi, civette, rospi e streghe.
Demoni, folletti e diavoli,
spiriti delle innevate campagne.
Corvi, salamandre e maghe.
Incantesimi delle empiriche.
Poveri castagni bucati,
lari di vermi e animali dannosi.
Fuochi delle anime erranti,
malocchio, neri malefici,
odore dei morti, tuoni e fulmini.
Latrato di cane, bando della morte,
muso del satiro e piede di coniglio.
Peccatrice lingua della cattiva donna
sposata a un uomo anziano.
Inferno di Satana e Lucifero,
fuoco dei cadaveri ardenti,
corpi mutilati degli indecenti,
petulenze degli infernali culi,
ruggito del mare furioso.
Pancia vuota della donna vedova,
parlato dei gatti in amore,
pelo sporco della mucca mal partorita.
Con questo ramaiolo alzeró le fiamme,
di questo fuoco come quello dell´inferno,
e fuggiranno le streghe a cavallo delle loro scope,
per andare a bagnarsi alla spiaggia delle sabbie grosse.
Udite, udite! i ruggiti che fanno
quelle che non possono evitare
di bruciarsi nella grappa,
rimanendo cosí purificate.
E quando questa pozione
scenderá per le nostre gole
rimarremo liberi dai mali della nostra anima
e da tutta la fattura.
Forze dell´aria, terra, mare e fuoco,
a voi faccio questo appello:
se é vero che avete piú potere
che la umana gente,
qui e adesso fate che gli spiriti
degli amici che sono assenti,
partecipino con noi a questa Queimada.


eccoci qua....come al solito le streghe in accezione negativa....e l'inquisizione....
poi passo alle recensioni di un paio di libri di una grandissima scrittrice basca!!!!
 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 25/10/2009, 16:10Quote
Avatar

mariposa

Group: Member
Posts: 62
Location: porto san giorgio,marche


Status: Offline: ultima azione eseguita il 1/11/2009, 15:38


dopo una tremenda assenza di destrutturazione e ristrutturazione tutt'ora in atto della vostra trickster.....
eccomi qua!anche perchè son andata a vivere sola e non ho connessione....en fin...
anto mi sei mancata!!e tutte le vostre discussioni ragazzi!

come promesso...qualche altra leggenda...della TIERRA MEIGA!

Il Cammino di Compostela ed il simbolismo del gioco dell’oca


Secondo una leggenda medioevale, il corpo di San Giacomo Maggiore, dopo la sua decapitazione avvenuta a Gerusalemme fu trasportato su una barca che approdò in Galizia, nella “ria di Padròn” (Iria Flavia). Per secoli la tomba dell’Apostolo fu introvabile; solo nell’818 una stella ferma nel cielo indicò agli abitanti della ria il luogo della sepoltura. Il vescovo di Iria Flavia fece scavare in quel punto e fu riportata alla luce un’arca marmorea con le spoglie del santo. Il luogo fu chiamato Campo della Stella, da cui il nome spagnolo Compostela. Sulle sacre reliquie fu costruita una cappella e, dopo la battaglia di Clavijo (840) contro i Mori, nella quale apparve su un cavallo bianco San Giacomo incitante i cristiani alla vittoria, gli fu eretta una basilica che divenne subito meta di pellegrinaggio. Il Santo fu creato patrono della Spagna e la via di accesso al suo santuario si chiamò il Cammino di Compostela o di Santiago. Col passare del tempo questa strada fu punteggiata da monasteri, ospizi ed ospedali, la cui difesa fu affidata ad ordini militari. Ma il Cammino di Compostela era una via di pellegrinaggio antichissima, percorsa fin dal periodo neolitico da moltitudini di persone in cerca di iniziazione. In epoca precristiana era denominata: “L’Arcobaleno di Lug” (il dio dei Celti che forse ha dato il nome alla città di Lugo, antica capitale della Galizia), “La via delle Stelle”, “La via delle Oche selvagge”. Ci si domanda come mai la leggenda cristiana avesse scelto fra i dodici apostoli proprio San Giacomo Maggiore per apporre il proprio marchio ad una tradizione molto più antica. Le leggende cristiane medioevali ebbero origine nei monasteri benedettini dopo la fusione dei monaci di San Benedetto con quelli irlandesi di San Colombano, gli ultimi detentori delle conoscenze dei Druidi, sopravvissute alla conquista romana. I monaci irlandesi erano dei costruttori e la loro presenza sul “Cammino di Compostela” è ancora visibile in Galizia (Lugo e Pontevedra) e in Navarra (Leyra), dove rimangono importanti esempi di architettura di ispirazione celtica. Fra le leggende delle confraternite di costruttori medioevali v’era quella che narrava di un certo Maestro Giacomo, tagliatore di pietre, nativo dei Pirenei, tanto valente nella sua arte che aiutò Hiram di Tiro nella costruzione del Tempio di Salomone, innalzando la colonna Jakin, vocabolo che in basco significa “saggio”. I costruttori di Compostela erano riuniti in una confraternita denominata “Figli del Maestro Giacomo”, i quali erano cristiani, ma continuavano a seguire le loro antiche tradizioni. Il loro simbolo era il piede palmato dell’oca, simbolo del dominio dello spirito sulla materia, che si riallacciava a quello dei popoli navigatori dell’antichità, come gli abitanti di Tartesso, i Liguri ed i Fenici, a cui era stato dato il nome di “popoli dell’Oca”. Gli Etruschi-Villanoviani avevano le prue delle loro navi sagomate a forma di testa e collo d’oca, perpetuando un’antica tradizione dei popoli da cui discendevano (si noti che una radicata tradizione vuole gli Etruschi-Tirreni discendenti degli Atlantidi). I Liguri erano gli adoratori dell’Oca sacra e trasmisero quella tradizione ai Romani (oche del Campidoglio). Risale forse a quel periodo remoto il toponimo “Bric dell’Oca”, rimasto ad una montagna presso Urbe in provincia di Savona? Quando gli antichi costruttori furono cristianizzati, il Maestro Giacomo, il saggio Jakin, divenne San Giacomo; i Jars (Oche), membri della confraternita, furono chiamati “Figli di Maestro Giacomo” ed il simbolo compagnonino dell’Oca si mutò nella conchiglia con la quale i pellegrini ornavano il loro mantello. Così, con una lieve modifica che lasciava intatto il nome era rispettata la tradizione antica lungo la via di Compostela, che in epoca pagana era detta: via delle Oche Selvagge (degli Jars liberi). La tradizione antica si conserverà non solo nel nome, di alcune vie di paesi sorti sul “Cammino” (Calle de los Cisnes Viajeros, Calle de las Ocas Salvajes), ma anche in numerosissimi toponimi. Se osserviamo una carta del cammino jacopeo, vediamo che l’Oca si presenta nella sua duplice forma linguistica: Auch, vocabolo preindoeuropeo, passato attraverso il latino Auca, poi Oca (Auche, Oja, Oca); Hamsa, vocabolo sanscrito, poi latino Anser (Ganso, Anso, Ansar, Gans, Jars). Per citare solo alcuni esempi, troviamo il paese di Ansò, sotto il passo pirenaico Somprt, da dove inizia il “Cammino” francese; Villafranca Montes de Oca, ad est di Burgos, dove i Templari possedevano un’importante precettoria, ora ridotta a fattoria; Castrojeriz, che probabilmente era in antico Castrojars, ad ovest di Burgos; nella regione del Bierzo, a sud di Astorga, il paese El Ganso; presso il valico de la Oca, il paese di Oca per dove si scende a Compostela; San Sebastiano de Oca presso la ria di Noya ed il monte Aro, verso capo Finisterre. Da millenni si effettuavano pellegrinaggi da parte dei Jars, i costruttori iniziati, che si recavano fino alle coste dell’Atlantico per decifrare i segni sacri incisi sulle rocce della Galizia. I petroglifi galiziani risalgono a tempi preistorici, alcuni riproducono i segni di un alfabeto sconosciuto che ritroviamo tracciati sulle pareti dei monasteri costruiti lungo la via di Compostela; fra questi la zampa schematizzata dell’Oca, o Tridente. Nella chiesa di Santa Maria de las Huertas a Puente la Reina (Navarra) si trova un crocefisso templare in cui il Cristo è inchiodato su una croce a forma di piede d’Oca: il segno cristiano sovrapposto al segno pagano. Un altro petroglifo galiziano è visibile sul pavimento di molte cattedrali gotiche: il Labirinto, simbolo iniziatico del cammino dell’uomo e della rinascita ad una nuova vita. Anche i costruttori cristiani, i “Figli del Maestro Giacomo”, seguirono il “Cammino” degli antichi Jars, percorrendo la via di pellegrinaggio fino al luogo dove, secondo la tradizione, sbarcarono gli antichi saggi (Noè? Gli Atlantidi?), che incisero i petroglifi, simbolo del loro sapere. I monaci si assunsero il controllo della via di Compostela con le medesime finalità dei costruttori laici: a differenza della gente comune che si metteva in viaggio per compiere un pellegrinaggio di penitenza, i “Jacques” e i monaci percorrevano il lungo itinerario con fini iniziatici di ascesi spirituale e di trasformazione interiore, gli uni fino alle rocce atlantiche, gli altri fino alla tomba del Santo. La via iniziatica precristiana delle “Oche Selvagge” è stata rapportata al Gioco dell’Oca, i cui inventori erano indubbiamente dei Jars. Esso è più di un passatempo: è un insegnamento esoterico tramandato attraverso il gioco, un rituale d’iniziazione mediante il quale si devono superare determinate prove per giungere ad uno stato di coscienza superiore. È un gioco antichissimo, sopravvissuto fino ai giorni nostri. Secondo la leggenda, fu inventato da Palamede, figlio del re dell’Eubea e nipote di Poseidone-Nettuno, per divertire i guerrieri greci che si annoiavano durante il lungo assedio di Troia. Il nome Palamede significa: uomo dalla mano palmata. Si trattava dunque di un Jars che trasmetteva le sue conoscenze all’umanità. Secondo lo studioso spagnolo Rafael Alarcòn, il disco di Phaistos potrebbe essere un antico esempio del Gioco dell’Oca, creato 2000 anni avanti Cristo. È probabile che fosse una via iniziatica a forma di spirale. In otto caselle sono rappresentati altrettanti grossi uccelli, forse si trattava di oche o forse di cicogne (nome con cui venivano indicati i Pelasgi, i popoli del mare); in altre vi appaiono barche per l’attraversamento di acque e strani edifici simili ad alveari. Si ha notizia del Gioco dell’Oca in una leggenda romana di cui Ercole è protagonista e, storicamente, nel secolo XVI. Forse la sua riscoperta avvenne in Italia, in quanto sappiamo che Francesco de’ Medici ne donò una copia a Filippo II d’Asburgo, ed il gioco affascinò la corte spagnola e presto si diffuse in tutti gli stati sociali della popolazione. Su un tavoliere è disegnato il tracciato di una via che gira a spirale, circolare o ellittica, diviso in 63 caselle numerate, di cui 13 con figure di oche, rappresentanti delle tappe vantaggiose. Lo stesso numero di tappe fu consigliato nel Medioevo ai pellegrini che si accingevano a compiere il percorso di Compostela. Altre caselle contengono figure simboliche che comportano delle penalizzazioni. Il riquadro centrale, senza numero, è il traguardo finale: il Giardino dell’Oca. Si tratta dunque di una via di Oche che, dopo il superamento di ostacoli nella marcia a spirale con giri sempre più stretti, conduce al Giardino dell’Oca, lungo di beatitudine fuori dal tempo, contemporaneamente fisico e metafisico, reale forse alle origini ma ormai soltanto spirituale, assimilabile all’Eden, all’isola di Avalon, al Giardino delle Esperidi. Le caselle favorevoli sono quelle delle Oche (Jars) e dei Dadi (Grandi Pietre. Le costruzioni megalitiche) che facilitano, le prime, il proseguimento del percorso e lo indicano e lo difendono i secondi. Gli ostacoli sono: il Ponte, l’Albero, il Pozzo, il Labirinto, il Carcere e la Morte. Ma la Morte si può sconfiggere con riti di rinascita. E di rinascita si tratta. Per l’iniziato Jars il termine del pellegrinaggio non è Compostela, luogo di morte, ma è oltre: è la costa atlantica, è il capo Finisterre (Finis Terrae, estremo limite della terra), dopo il quale si entra nel Giardino dell’Oca, dove inizia il regno dello Spirito (la comunione con gli antenati). È impossibile stabilire un esame comparativo fra le tappe del “Cammino” di Compostela e quelle del Gioco dell’Oca che, nell’intenzione dei suoi ideatori, rappresenta una mappa non tanta fisica, quanto simbolica della strada di pellegrinaggio jacopea. Un particolare comunque è certo: sia in un percorso che nell’altro l’Oca segna una divisione, un confine tra una tappa e l’altra. Una conferma del percorso iniziatico dei Jars oltre Compostela è messo in evidenza dall’analogia riscontrata nelle ultime tappe del viaggio. Nella casella n.54 del gioco troviamo un’oca; nella casella n.58, la Morte, in quella n.59 un’altra oca. Se identifichiamo la prima oca con il paese galiziano di Oca presso il valico omonimo, la Morte con Compostela, in quanto luogo cimiteriale con la tomba di San Giacomo e l’oca seguente con S.Sebastiano de Oca presso la ria di Noya ed il monte Aro, appare chiaro che l’antico pellegrinaggio delle Oche Selvagge, cioè dei costruttori Jars, arrivava fino al capo Finisterre, la fine delle terre ma anche la finestra sull’Ignoto. Il pellegrinaggio cristiano, invece, si ferma a Compostela dove, a prescindere dall’esistenza vera o falsa del corpo di San Giacomo nella cripta del santuario, si perpetua da secoli un’antica tradizione iniziatica di ascesi spirituale, sostenuta anche dalle eccezionali energie cosmo telluriche del luogo, scoperte dal popolo “megalitico” preceltico, mirabilmente adattata dai monaci medievali alle nuove esigenze del culto cristiano e tramandata alle generazioni future. Il cammino di Compostela, rappresentato simbolicamente dal Gioco dell’Oca, è probabilmente un modo per ricongiungersi spiritualmente con un centro di origine della conoscenza, della “luce divina” (Lug è l’equivalente di “lux”) delle tradizioni. Ma quasi certamente rappresenta anche un percorso reale, seguito per millenni da un’umanità confusa e sconvolta dopo un immane cataclisma, nella fede, o speranza, che esso possa ricondurla verso tale luogo di origine, verso l’Eden perduto. Quello che è stato considerato un tridente, simbolo del regno e del potere di Poseidone, potrebbe essere invece il simbolo del piede palmato dell’Oca, uccello con il quale veniva identificata la stirpe degli Atlantidi. Ma anche dell’Ibis, uccello sacro degli Egizi e riferito a Toth quale simbolo della divina conoscenza, e della Cicogna, uccello che simboleggia i Pelasgi (i discendenti degli scampati di Atlantide?), infaticabili girovaghi che hanno percorso tutto il mondo (lungo gli itinerari delle Tule e delle Rode? Secondo l’affascinante ipotesi di Enzo Gatti), tracciando un cammino di rinascita e di civiltà nell’ardente desiderio di ritrovare, o ricostituire idealmente, l’antica patria perduta. E probabilmente questo popolo la patria perduta, o le sue ultime vestigia, l’ha alfine trovata se dobbiamo dar credito al racconto di Ercole e del Giardino delle Esperidi. Ma forse questo viaggio non si è svolto lungo il “Cammino” di Compostela, ma attraverso un itinerario ben più lungo e penoso. Tali popoli migranti hanno edificato lungo il loro cammino città e fortezze, magazzini e mercati per la sussistenza e per gli scambi commerciali e centri di rifocillamento e riparazione dei mezzi di trasporto dove l’antico tridente di Poseidone, o piede d’uccello migratore, si è trasformato in un simbolo fallico, come presso l’acropoli di Alatri. Nelle località più importanti hanno eretto altari propiziatori alle divinità secondo schemi cosmici (stellari) al fine di placare la loro ira ed ottenerne i favori per coronare l’impresa. Questa altari ed i monumenti alle divinità (megaliti o tumuli), avevano anche lo scopo di indicare la via a coloro che li avrebbero seguiti, come le stelle in cielo indicano la rotta ai viaggiatori e ai naviganti. Ermete, il Toth degli Egiziani, divinità e simbolo dei percorsi spirituali, divenne anche la divinità degli itinerari stradali (e del commercio e dei traffici che automaticamente s’accompagnano alle strade e ai viandanti) per cui, ad ogni biforcazione, in suo onore veniva eretto un cumulo di pietre al cui ingrandimento provvedeva, con il proprio contributo, ciascun viaggiatore. Questi tumuli in alcuni casi finirono per diventare vere e proprie colline o monticelli e, successivamente, piramidi e ziggurath, simboli e monumenti depositari dell’antica sapienza. Nelle zone montane o collinari gli altari furono edificati direttamente sulle cime e furono accesi fuochi perpetui, affidati a sacerdoti, per indicare anche di notte il cammino ai pellegrini e per riprodurre sulla superficie terrestre la copia della volta celeste (Compostela significa campo, territorio stellato, e la leggenda medioevale che ne interpreta il nome in chiave cristiana, adombra certamente una tradizione molto più antica e complessa). In tal modo anche di notte gli dèi avrebbero veduto quei punti luminosi e, riconoscendo in essi un’immagine celeste, che era anche una preghiera, avrebbero risparmiato la Terra da altre catastrofi, rendendola stabile ed immutabile come il Cielo che è la loro dimora. Questo continuo peregrinare, questa incessante ricerca per alcuni fini. Per altri, invece, si trasformò in un credo religioso ed una filosofia di vita: fin quando la ricerca non si concludeva e non si ritrovava il “paradiso perduto”, il ciclo non si completava e non c’era rischio di un’altra “fine”, di un’altra catastrofe. Da queste convinzioni, successivamente, hanno avuto origine i viaggi mitologici e le leggendarie ricerche: dai frutti d’oro del Giardino delle Esperidi, al Vello d’oro degli Argonauti, al Santo Graal, all’Eldorado. L’uomo che cerca, che si assoggetta a viaggi lunghi e pericolosi in terre sconosciute e che si batte contro mille ostacoli e li supera, è l’Eroe o il Cavaliere “senza paura e senza macchia”, pervaso da una fede incrollabile nella forza che gli deriva dalla divinità, nel suo coraggio e nello scopo trascendente della sua missione. Successivamente all’Eroe si sostituirà il Santo Missionario, colui che deciderà tutto se stesso e la propria vita al fine che si è proposto. Nel Gioco dell’Oca, quello che oggi è inteso come tale, un gioco appunto, ma che anticamente aveva tutt’altro significato e tutt’altra funzione (forse divinatoria), vi sono delle caselle favorevoli ed altre sfortunate, pericolose. Nell’antica Roma tale gioco, che si svolgeva come oggi per mezzo dei dadi, riconoscendo in quest’ultimi il manifestarsi del volere del destino o della divinità come si evince dal famoso detto di Cesare “Il dado è tratto”, a significare che l’uomo non può mutare quanto il fato ha già stabilito, era proibito; tranne che durante le Saturnalia, quando il ciclo annuale si concludeva e l’ordine del nuovo anno veniva espresso dalla divinità tramite questo mezzo di divinazione collettiva e individuale. Le caselle favorevoli, che aiutano e facilitano il viaggio e la ricerca, sono quelle con le Oche (gli Atlantidi o i loro discendenti e, successivamente, i Templari, i nuovi iniziati alle arcane conoscenze e agli antichi “misteri”) perché possono fornire aiuto, guida e sostegno, e quelli con i Dadi (le grandi pietre sagomate) che rappresentano i luoghi dove vivono gli Atlantidi (o i loro discendenti spirituali) e sono i lori segni indicatori. Le caselle sfavorevoli sono Ponti (gli attraversamenti), gli Alberghi (luoghi sicuri e confortevoli dove la determinazione può venire meno e che è sempre penoso lasciare), i Pozzi (gli abissi), il Labirinto (il percorso sconosciuto dove è facile smarrirsi o perdere la memoria dello scopo della propria missione), il Carcere (il luogo che trattiene contro la propria volontà) e la Morte (che interrompe per sempre il viaggio). I Labirinti, con il tempo, da ostacoli e impedimenti diventeranno delle prove da superare se si vuole raggiungere la meta e dei simboli di rinascita o rigenerazione spirituale, ma anche simbolo del viaggio stesso, del pellegrinaggio. Il girovagare, il viaggiare continuo, il cercare senza tregua, finirà per essere assimilato al movimento degli astri e del sole in particolare o darà luogo al culto solare. Sui loro itinerari i discendenti degli atlantidi edificheranno torri e fortezze accanto alle quali fonderanno le loro Tube e le loro Rode, fino a quell’ipotetica “Ultima Tule” che rappresenta la fine del viaggio e fino a ritrovare Rute, l’isola degli antenati. Questo continuo viaggiare, ormai assimilato nel macrocosmo al movimento del sole e degli astri, sarà simboleggiato dalle danze rituali, ed i vorticosi girotondi ed il ruotare su se stessi indurranno nei danzatori una esaltazione ed una trance che affinerà le qualità psichiche e permetterà loro di fare incredibili viaggi spirituali e porsi in comunicazione con gli antenati. Come ad esempio fanno i Dervisci e gli Sciamani. Per questo la musica, che inizialmente era soltanto ritmo per sostenere la danza, e la danza stessa, sono ritenuti doni divini in quanto spalancano all’uomo orizzonti immensi e pongono la psiche umana in diretta comunicazione con il trascendente. Ma non sono solo le danze iniziatiche ed estatiche a provenire da questa ricerca delle origini e dal cammino che è necessario compiere, anche il modo di camminare deve essere ritmato e simbolico nei percorsi rituali. Nelle grandi processioni, si pensi ad esempio a quelle veramente imponenti del periodo megalitico, lungo gli allineamenti di Carnac, ma anche a quelle babilonesi, egiziane, romane, della Cina, o del nuovo mondo, i portatori dei simboli sacri devono scandire il passo in modo lento e solenne, in armonia con il cosmo e con i suoi ritmi. Così è nato anche il “passo dell’Oca”.


grazie gabriella!!!!


Come nel resto d’Europa,la Spagna,e il resto della penisola Iberica sono stati luoghi di insediamento delle popolazioni celtiche. Il loro stanziamento si effettuò in varie zone e si realizzò in quasi tutta la penisola;solo il sud e la zona più mediterranea restarono ai margini di questa cultura.
Riguardo alla “celtizzazione” della Penisola Iberica sussistono incertezze relative all’epoca in cui si sarebbe determinata,all’ ipotesi invasionistica tradizionale e alle modalità con cui i nuovi arrivati si sarebbero sovrapposti o integrati con le popolazioni indigene. Quando si parla di Celtiberi,ci si riferisce alla fusione tra i popoli celtici con quelli della penisola iberica.
Testimonianze di questa cultura sono state rinvenute nell’area nord-occidentale della Penisola,ovvero nella zona che corrisponde all’attuale regione della Galizia.



La Galizia è una regione ricca di resti archeologici celtici come i Castri e le Citane.
I primi consistono in distribuzioni irregolari di costruzioni circolari in pietra,mentre i secondi sono insediamenti fortificati posti sulle cime delle colline.



Alla foce del Rio Mino sorge la città portuale di La Guardia,dietro la quale s’innalza il Monte Santa Tecla,sui cui pendii boscosi si nascondono i resti di una citania celtica.
Le rovine non sono esattamente sulla vetta,ma a circa due terzi (mezz’ora di cammino) del sentiero che sale da La Guardia a Santa Tecla,a circa 200 m sul livello del mare.


La sua costruzione fu edificata alla fine del I secolo a.C. dopo l’annessione di questo territorio all’Impero Romano e fu abbandonato alla fine del I secolo dopo Cristo.
I lavori di scavo,iniziati nel 1913 e susseguitesi,in varie fasi fino al 1988 hanno portato alla luce solo una parte del complesso insediamento. Il perimetro esterno della citania risulta delineato da una cinta muraria che per le sue caratteristiche architettoniche farebbe pensare ad una funzione di delimitazione dello spazio abitativo più che di difesa in caso di attacco.



Le capanne sono l’elemento essenziale nell’organizzazione interna del villaggio. Nella quasi totalità presentano pianta circolare o ovale;un tipo di architettura già presente in epoche precedenti nell’area gallica. Lo spessore dei muri è abbastanza uniforme (intorno ai 40 cm) e la tecnica usata è quella del muro a pietra di granito locale e terra.
La copertura delle capanne ,come documentato dall’interessante ricostruzione del 1965,è di forma conica ; al suo interno il soffitto è sostenuto da un presunto palo centrale.



Il sito consta di oltre un centinaio di edifici ammassati all’interno di una cerchia muraria:la maggior parte delle costruzioni presentano oggi le sole fondazioni e i muri innalzati per poche decine di centimetri,mentre alcune di esse sono state integralmente ricostruite,tetto compreso.E’ bene precisare che non tutte le capanne del villaggio avevano una funzione esclusivamente abitativa la quale era riservata soltanto a quelle di maggiori dimensioni,provviste di un particolare vestibolo davanti all’entrata e con focolari situati nel centro del pavimento interno,di terra battuta.
Normalmente,all’interno del lato sinistro del vestibolo,si trovava un semplice forno formato da una lastra di pietre orizzontali e tre lievemente arcuate verticali poste ad incasso.



Accanto a queste costruzioni di tipo abitativo si trovavano in ugual numero capanne adibite a magazzino e ad attività lavorative le quali si caratterizzavano per la presenza di una soglia elevata rispetto al terreno esterno circostante. In esse sono state rinvenute anfore per il trasporto di materiale da immagazzinare,pietre per intagliare e mole manuali.



Non lontano dalle vestigia del villaggio fortificato,sul versante nord di Santa Tecla,si trova anche un grande cromlech,un monumento megalitico costituito da un cerchio di pietre erette,quasi sempre con funzione tombale.


Sulla sommità del monte si trova invece un piccolo museo,dove sono raccolte testimonianze dell’antica civiltà celtica tra cui un’ ampia panoramica della simbologia . Ogni simbolo viene presentato nei suoi tratti essenziali,unito a un breve racconto e ad un collegamento pratico con la vita di tutti i giorni che lascia intravedere nuovi orizzonti di comprensione e saggezza.
Tra i più diffusi simboli celtici troviamo le famose “esvasticas”.
I simboli celtici sono giunti fino ai nostri giorni e non è raro scoprirli su portoni di chiese,pietre tombali,gioielli o oggetti d’arte.








RITI E LEGGENDE LEGATE ALLE POPOLAZIONI CELTICHE IN GALIZIA
La sacralità dei boschi,delle fonti,dei fiumi;le città sommerse,le streghe;danze,musiche e leggende,riti funebri e culti pagani celtici si conservano a tutt’oggi in questa terra.
In Galizia la notte della vigilia di San Giovanni,il 24 giugno,viene onorato il sole accendendo fuochi fino al mattino.Pur se calata dietro iconografie cattoliche,l’anima celtica continua a sopravvivere in questa celebrazione del culto solare,tanto da essere festeggiata nei castri celti.E’ notte di danze ,sortilegi,incantesimi,fate e tesori ritrovati. Per scacciare i mali bisogna bagnarsi nei fiumi o bere acqua di fonte. Fonti,fiumi e laghi o lagune,sono un altro elemento estremamente importante e ricorrente nella mitologia celtica.Questo rispetto per le capacità benefiche e misteriose dell’acqua nelle sue varie forme è fortemente radicato in Galizia,ricca di fonti miracolose come quella di Fonsagrada,o laghi abitati da esseri del mondo invisibile.
Particolarmente suggestiva è la leggenda della laguna di Antela,sul cui fondo giacerebbe una città punita con l’inondazione per aver idolatrato il gallo.La cosa sorprendente è che durante i lavori realizzati nelle zone disseccate sono stati rinvenuti resti di edificazioni circolari,punte di frecce e altri oggetti che indicano l’esistenza primitiva di una città.
I riti elaborati dai celti per affrontare la paura della morte sopravvivono nelle cerimonie di veglia funebre e nella celebrazione della vigilia del giorno dei morti.In questa occasione spesso i galiziani usano organizzare i magostos,feste in cui si arrostiscono le castagne mentre si raccontano storie e indovinelli.E’ probabile che derivi dall’usanza celtica annerirsi,nei banchetti funebri,con le castagne bruciate,simbolo dell’incenerazione del defunto.Durante la veglia funebre invece,in Galizia si esegue una danza in cui i partecipanti,presi per la mano,formano un circolo e girano per tre volte intorno al cadavere simulando il ronzio dell’ape.Successivamente cominciano a raccontare al defunto indovinelli,giocano e scherzano per distrarsi e scacciare la paura della morte,metamorfosata in ape. I celti credevano che le anime dei morti a volte tornassero sulla terra sotto forma di api. Di qui il proverbio “colui che uccide un’ape ha cento anni di sofferenza”.
 
P_MSG P_EMAIL P_MSN Top
view post Posted on 26/10/2009, 08:21Quote
Avatar

del Consiglio dei Grigi

Group: Administrator
Posts: 2146


Status: Offline: ultima azione eseguita il 30/12/2009, 22:44


bentornata Cleola!!!!

stasera me le leggo, le leggende.

image
 
P_MSG P_EMAIL Top
10 replies since 23/6/2009, 21:00
 
Reply

load
Fast reply

 
 
 

Enable emoticons
Clickable Smilies
Show All


Nickname:      Email:



 

 
 




Skin creata da Light


Affiliazioni

Image and video hosting by TinyPic Gli Angeli Image Hosted by ImageShack.us Image and video hosting by TinyPic Photobucket Photobucket Tregattineri.com
 



Skin by Cole my love